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Santa Maria di Cea
Il complesso monumentale di Santa Maria di Seve o di Cea, poco lontano dall'abitato di Banari, è uno dei pochi monasteri medioevali giunti quasi intatti fino al XX secolo, quando poi è stato oggetto di alcune campagne di scavo archeologico, che hanno portato alla scoperta di resti umani. Allo stato attuale, il complesso monastico si presenta costituito dalla chiesa romanica, da un cortile interno recintato e da alcuni edifici conosciuti come il "romitorio". Il villaggio di Seve sorgeva nel territorio circostante alle chiese di Santa Maria e di San Giacomo (ora distrutta). Le fonti documentarie riguardanti Seve risalgono a un periodo compreso tra i secoli XI e XIII, ma l’esistenza del villaggio è documentata fino alle metà del ‘300. A causa di epidemie ed eventi bellici questo villaggio, come del resto molti altri dell’isola, andò spopolandosi.
Il complesso monumentale di Santa Maria di Seve o di Cea, poco lontano dall'abitato di Banari, è uno dei pochi monasteri medioevali giunti quasi intatti fino al XX secolo, quando poi è stato oggetto di alcune campagne di scavo archeologico, che hanno portato alla scoperta di resti umani. Allo stato attuale, il complesso monastico si presenta costituito dalla chiesa romanica, da un cortile interno recintato e da alcuni edifici conosciuti come il "romitorio". Il villaggio di Seve sorgeva nel territorio circostante alle chiese di Santa Maria e di San Giacomo (ora distrutta). Le fonti documentarie riguardanti Seve risalgono a un periodo compreso tra i secoli XI e XIII, ma l’esistenza del villaggio è documentata fino alle metà del ‘300. A causa di epidemie ed eventi bellici questo villaggio, come del resto molti altri dell’isola, andò spopolandosi. L’insediamento apparteneva alla curatoria di Figulinas, nel giudicato di Torres, dal punto di vista ecclesiastico apparteneva alla diocesi di Ploaghe (che comprendeva Florinas, Ploaghe, Muros, Codrongianos, Cargeghe, successivamente anche Banari e Ossi), ne abbiamo testimonianza tramite i condaghe del monastero di San Pietro di Silki e di San Michele di Salvennor.
Nel condaghe di quest’ultima abbazia è documentata una donazione fatta da Itoquor de Quotrongianu a in favore d San Michele riguardante Seue nella prima metà del secolo XII. Invece nel registro di San Pietro di Silki sono contenute informazioni risalenti al periodo del giudice Comita e Mariano II: una riguarda la permuta di alcuni servi operata tra l’abatessa Teodora di Silki con il priore di Seue Paganellu, una seconda cita il litigio tra il priore di Silki Ogulinu dessa Rocca e il nuovo priore di Seue Marcualdu. Da una scritta incisa alla destra del portale si può affermare la presenza dell’ordine dell’ospedale dell’Altopascio. Questo villaggio( villas) ebbe notevole importanza anche dopo la disgregazione del giudicato di Torres e la dominazione aragonese, infatti dei documenti attestano che appartenevano a questo territorio anche località nelle vicinanze di Ittiri. Successivamente al 1300 si ipotizza che il monastero sia passato sotto l’ordine vallombrosano, mentre molti altri come Salvennor e San Giacomo vennero distrutti.
Si possono notare differenze di altezza( circa 75cm) delle cornici laterali, dovute alle ricostruzioni delle pareti laterali crollate. La causa del crollo si ipotizza fosse l’elevato peso della volta a botte, la quale non era sorretta da contrafforti. L'impianto - a navata unica con abside ad est - aveva due ingressi separati: uno laterale per i monaci che vi entravano dal monastero, e l'altro in facciata, riservato ai fedeli. Quello laterale, nel fianco nord, è conosciuto appunto come la "Porta Santa". La facciata, in conci squadrati di calcare di media pezzatura, è leggermente asimmetrica poiché il lato meridionale è più largo, forse per il suo rifacimento, allo scopo di rafforzarne la struttura. La concessione del privilegio di raccogliere indulgenze, confermata nel 1248, è testimoniata dai graffiti simbolici visibili all'esterno dell'abside, che i pellegrini lasciavano a testimoniare il loro passaggio durante i percorsi di penitenza.
Nei muri esterni sono incise varie croci: croci a Tau sul lato destro della facciata, e una croce patente nel piedritto destro della "Porta Santa". Presso le croci della facciata si possono leggere lettere e numeri dai caratteri suggestivi che compongono un breve testo, nel quale risaltano i nomi di due monaci. In realtà, l'iscrizione si compone di ben tre epigrafi, in maiuscola epigrafica gotica, facilmente leggibili senza fatica, nonostante in qualche punto la superficie dei conci di calcare sia consumata dai secoli. Al centro del chiostro vi è un pozzo, profondo 9metri, attorno al quale, si trova parte della pavimentazione originale, una sorta di "acciottolato", che si ripete in altri tratti dell'area.
Laura Pistidda
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