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Nostra Signora di Tergu
Il Comune di Tergu, in collaborazione con la Diocesi di Tempio-Ampurias, nel maggio del 2003 ha promosso e finanziato un progetto di ricerca archeologica presso l’abbazia benedettina di S. Maria di Tergu. La direzione scientifica dei lavori é stata affidata alla Prof.ssa Letizia Ermini Pani, docente di archeologia medievale presso l’Università di Roma “La Sapienza”, la cui equipe opera con l’intento di conoscere e divulgare la storia ancora poco nota di questo importante sito del nord Sardegna. Dall’incontro di questi tre enti è nato, inf atti, il progetto “Santa Maria di Tergu”, un programma di ricerca multidisciplinare pensato nel lungo periodo, il cui obiettivo é lo scavo integrale dell’area ove si insediò il monastero, la preparazione di un convegno nazionale, che si terrà il prossimo settembre, la pubblicazione dei relativi atti e, soprattutto, la pubblicazione di una monografia finale su S. Maria di Tergu. Il progetto “Santa Maria di Tergu” è stato realizzato in modo che sul sito possano operare, oltre agli archeologi responsabili dello scavo, le figure delle cosiddette discipline ausiliarie, secondo principi di interdisciplinarietà che assicurano l’ottimizzazione dei dati che emergono dall’indagine archeologica. A tale scopo, presso un ampio locale sito nelle immediate vicinanze dell’area di scavo, è stato attivato un laboratorio di ricerca, organizzato in più spazi per consentire ai professionisti coinvolti nello studio di operare, se e quando necessario, direttamente sul sito. Questa dislocazione consente di svolgere in tempi contenuti operazioni che altrimenti subirebbero inevitabili e prolungate dilazioni. Sul campo sono attualmente operativi archeozoologi, archeobonatici, antropologi, esperti di informatizzazione dei dati archeologici e, naturalmente, archeologi specializzati nello studio delle diverse classi di reperti. Collaborano inoltre, con un apporto insostituibile alla ricerca, il Centro Sperimentale del Vetro di Murano per le analisi sui reperti vitrei, il C. N. R. (Istituto di Scienza e Tecnologia dei Materiali Ceramici) di Faenza per le analisi archeometriche sui reperti ceramici ed il C. N. R. (Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria) di Cagliari per le analisi petrografiche e geologiche.
Le diverse figure del gruppo di studio si avvicendano nei lavori in relazione ai progressi della ricerca e secondo un programma di lavoro che permette, laddove necessario, di operare in maniera sinergica. Determinate analisi chimiche o petrografiche sui reperti o sulle malte dei muri vengono, ad esempio, concordate direttamente sul luogo, stabilendo i tempi e le modalità di prelievo dei campioni, nel pieno rispetto delle esigenze che ciascun professionista esprime per poter operare nel migliore dei modi e, soprattutto, assicurando che i prelievi siano effettuati in maniera non invasiva.

L'impostazione del lavoro fino ad oggi ha già permesso di conseguire risultati piuttosto soddisfacenti e consente fin da ora di guardare verso la fase conclusiva dei lavori, organizzando lo studio in funzione di un moderno progetto di musealizzazione, che aspira a trasmettere la storia del monastero di S. Maria di Tergu e delle sue preesistenze, soffermandosi non solo sugli aspetti che ne hanno segnato l’esistenza nel lungo periodo, ma anche su quelli, di solito meno noti, che ne hanno caratterizzato la vita quotidiana.
Attualmente sono state acquisite importanti informazioni sulle strutture del monastero, con una restituzione quasi completa dei due principali corpi di fabbrica che lo componevano. Ma i risultati più soddisfacenti sono relativi all’individuazione di un complesso di strutture inerenti la frequentazione del sito prima dell’arrivo dei benedettini, in un arco cronologico attualmente inquadrabile tra X-XI sec. Si tratta delle strutture pertinenti alla proprietà che fu donata all’abbazia di Montecassino intorno al 1122, affinché vi fosse istituita quella che in breve diventò la più importante abbazia cassinese della Sardegna. I dati materiali sulla vita quotidiana presso queste strutture di età premonastica sono di fondamentale importanza per la comprensione di un periodo della storia sarda che tutt’oggi, mancando le fonti documentarie, rimane piuttosto oscuro.
Importantissimi, ad esempio, i dati sull’alimentazione, che appare ricca e variegata, sui manufatti ceramici, sia da dispensa e sia da trasporto, o su particolari oggetti prestigiosi, come l’immanicatura in osso decorato con l’effige di un personaggio regale. Importantissimi, naturalmente, anche i dati architettonici, che consentono di evincere la presenza di strutture in muratura, intonacate e dotate di tetti con ordito ligneo e copertura di coppi e tegole e pavimenti che vanno dai battuti di argilla ai lastricati di andesite. Ma oltre a questi dati, ciò che al momento ha suscitato maggiore entusiasmo é senz’altro l’attestazione di una produzione vetraria, documentata dal rinvenimento di numerosi indicatori di tale attività, quali i frammenti di crogioli al cui interno sono ancora evidenti i residui di miscela vetrosa, gli scarti di lavorazione ed i rottami destinati alla rifusione. Gli studi preliminari eseguiti dalla Stazione Sperimentale del Vetro di Murano consentono di inquadrare anche questa attività tra il X e l’XI. Santa Maria facciata Edificata tra il 1200 e il 1225, in stile romanico-pisano, faceva parte del monastero di frati Benedettini di Montecassino più grande e più importante della Sardegna, di cui si vedono ancora il portale e il pozzo, più un vano d'accesso alla chiesa. L'interno a navata unica absidata, ha la volta a capriate, mentre il presbiterio è voltato a botte; interessante l'abside, che presenta motivi ornamentali in stile gotico. La facciata rettangolare è decorata da arcate cieche in calcare bianco, che contrastano con i blocchi di trachite rossa con cui è costruito il resto della chiesa. Il portale, che ha un arco di scarico rialzato a fasce bicrome, è decorato con foglie d’acanto, e presenta stipiti incorniciati da una coppia di colonnine con capitelli corinzi. L’ordine superiore è ornato da arcate cieche e colonnine elaborate che inquadrano nove formelle intarsiate a motivi geometrici, e da un rosone centrale a quattro lobi. Sul lato sinistro è presente un tozzo campanile a canna quadrata, che probabilmente ha subito molti restauri in epoche successive

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